Capitolo 6 · pp. 199–210
Conclusioni
La prova più forte contro una teoria è la sua applicabilità pratica. — Karl Kraus
Abstract
Le conclusioni del volume tracciano un bilancio della "svolta prasseologica" nella teoria culturale contemporanea, riassumendone la posta in gioco attraverso l'immagine del mosaico: gli approcci basati sulla pratica non costituiscono un'unica teoria generale, ma un insieme di teorie generali delle singole pratiche, leggibili secondo un'euristica del gioco. Domaneschi difende la categoria di "pratica sociale" come strumento analitico capace di armonizzare le domande di Latour e Bourdieu, propone il passaggio dai processi alle pratiche (dalla decostruzione alla ricostruzione) e ribattezza il proprio metodo "prasseografia".
In sintesi
Le conclusioni riprendono l'esempio narrativo che apre il libro – la ragazza in viaggio in treno verso i genitori – per mostrare come, con gli strumenti accumulati nei capitoli precedenti, sia ora possibile analizzare in profondità l'organizzazione sociale degli elementi che compongono una pratica. L'analisi prasseologica mette a fuoco le differenze e le gerarchie non solo tra gli elementi interni a una singola pratica (controllare il binario, trascinare un trolley, sedersi al posto prenotato), ma anche tra essa e le molte altre pratiche con cui si intreccia (leggere un libro, selezionare una playlist). Invocare una "svolta prasseologica" significa chiamare in causa un intero mosaico di approcci accomunati dallo stesso punto di vista: osservare il mondo sociale al livello delle pratiche, là dove si intrecciano componenti implicite ed esplicite, dimensioni personali e codificazioni pubbliche. Si ripropone così il dilemma del mosaico dell'introduzione: gli approcci basati sulla pratica sono una teoria unificata e coerente o un insieme eterogeneo di strumenti (toolkit)? La risposta è duplice, come per i tasselli di un mosaico: un'unica figura coerente se si allarga lo sguardo, ma composta da strumenti analitici differenziati e spesso incommensurabili.
Per tracciare il bilancio Domaneschi torna alle domande iniziali dei pionieri, in particolare a Ortner (1984) e alle obiezioni di Turner (1994). La prima questione riguarda la definizione di "pratica sociale", che Turner traduce nel "problema della sameness": per parlare di pratica come categoria sociale occorrerebbe identificare una medesima entità osservabile e condivisa da tutti i partecipanti, ricerca che porta a un vicolo cieco e costringe a ripiegare sull'abitudine soggettiva. La via d'uscita è smettere di concepire questa entità come una sostanza stabile e identica (per esempio collocata nella mente) e intenderla invece come una forma di conoscenza pratica (Schatzki, 1996), aprendo così il problema sociologico della sua socio-genesi. Le spiegazioni della socio-genesi della comprensione pratica vanno in due direzioni: da un lato la proposta routinaria di Schatzki, Reckwitz e Shove, che appiattisce i mondi sociali su un unico plenum di pratiche in risonanza con l'ontologia piatta della Actor-Network-Theory di Latour; dall'altro le proposte su base rituale (Swidler, Couldry, Spaargaren) che, nel solco durkheimiano riletto attraverso Bourdieu e Garfinkel, delineano un approccio duale entro un'euristica del gioco.
La seconda questione di Ortner riguarda la spiegazione dei processi di trasformazione e riproduzione della comprensione pratica, che Turner traduce nel "problema della persistenza": come una pratica può rimanere stabile nel tempo e quali siano le cause della sua trasformazione, interne o esterne all'organizzazione sociale della pratica. Le versioni prasseologiche più radicali (la linea che da Schatzki, Pickering e Gherardi arriva a Reckwitz, Shove e Nicolini) cercano spiegazioni endogene del cambiamento, visto come esito di molteplici ri-connessioni tra pratiche su scale via via più ampie, in risonanza con la ANT. Le proposte centrate su una definizione rituale spiegano invece cambiamento e persistenza con la nozione di Träger, mantenendo un approccio duale grazie alla doppia valenza dei "portatori": im-portatori di un ordine istituzionale (un senso del gioco già costituito) e sup-portatori di un ordine costitutivo (generato prospetticamente dal reciproco svolgersi delle singole giocate). Su queste basi la prasseologia si presenta come approccio analitico alternativo nel panorama delle teorie culturali (Reckwitz, 2003): non riducibile alla mente dei soggetti, né ai testi pubblici, né alle capacità soggettive di orientamento, né agli aggiustamenti dell'interazione. La cultura vista dalla pratica non si riduce ai suoi portatori, alle esteriorizzazioni testuali, né all'aggiustamento dell'interazione.
La seconda sezione segna il passo decisivo: dai processi alle pratiche, un passo oltre la decostruzione. Domaneschi riconosce che permangono critiche alla nozione di "pratica sociale" – il rischio di reificazione che trasforma una categoria analitica in una sostanza empirica (nessuno può consegnare a un altro un "viaggiare in treno") e l'opacità di parte del vocabolario, specie nella sua fase più "rivoluzionaria" (le formule di Schatzki e Shove come "integrazione attiva tra elementi" o "nessi di catene di attività"), difficilmente operazionalizzabile. Per questo conviene guardare alle parti più "riformiste" del mosaico (Swidler, Couldry, Warde, Schmidt, Spaargaren), meglio attrezzate per la ricerca empirica. La discontinuità fondamentale della svolta prasseologica sta nel lasciare sullo sfondo la dimensione processuale di costruzione dei significati per dare centralità alla dimensione prasseologica: laddove la sociologia processuale (interazionismo, costruttivismo, post-strutturalismo) è mossa da un'intenzione de-costruttiva, l'approccio prasseologico sposta l'accento verso le procedure di ri-costruzione, mettendo al centro la tessitura e ricomposizione di un insieme di pratiche. La prasseologia occupa così una posizione mediana tra la teoria critica (Bourdieu, Rosa), che scava sotto la superficie per curarne le "patologie", e la prospettiva "post-critica" (Felski, Latour), concentrata sulla superficie visibile degli assemblaggi. Il suo programma è quello di teorie generali delle singole pratiche, capaci di indagare con logica duale tanto la dimensione locale e implicita (le singole giocate) quanto quella istituzionale e pubblica (il senso del gioco).
La terza sezione introduce la "prasseografia". Lo spostamento verso la pratica nasceva dal proposito di superare l'"idioma rappresentazionale" (Pickering, 1995) e la pretesa di rappresentare in forme codificate ciò che accade nel dispiegarsi performativo del sociale, per restituire invece la logica della pratica. Ma qui scatta un paradosso: non appena ci si appresta a spiegare la pratica si è già fuori dalla sua logica. Davanti a questo bivio si può tacere wittgensteinianamente o cercare strade empiriche per abitare la dimensione paradossale, con strategie di osservazione e strategie testuali capaci di tenere vivo il paradosso: è la prasseografia (Schmidt, Volbers, 2011; Nicolini, 2017), che traduce la logica pratica in forme diverse (generalizzazione statistica, visualizzazione grafica, narrazione metaforica). L'euristica del gioco offre una modalità comparativa: ridescrivere la logica di una pratica attraverso quella di un'altra, anziché sempre attraverso la medesima logica "scientifica". Mentre l'etno-grafia osserva e ri-descrive la cultura dei soggetti, la prasseo-grafia osserva e ri-descrive l'ordine culturale delle pratiche. La quarta e ultima sezione torna alle due immagini iniziali – la danza che svanisce quando il ballerino si ferma (Latour) e il coraggio del militare in tempo di pace (Bourdieu) – mostrandole come due sponde di una stessa domanda: la categoria di "pratica sociale" armonizza la "cacofonia" sul concetto di cultura, perché danza e combattimento sono due modi di guardare a uno stesso gioco di forze, e quella forza che la sociologia ha chiamato cultura diventa descrivibile solo guardando alle attività sotto forma di pratiche sociali.
Struttura
1. Prasseologia: la cultura vista dalla pratica
- Riprende l'esempio iniziale del viaggio in treno: l'analisi prasseologica mette a fuoco differenze e gerarchie tra gli elementi interni a una pratica e tra questa e le altre pratiche con cui si intreccia.
- Ripropone il dilemma del mosaico: gli approcci basati sulla pratica sono insieme una teoria unificata (figura coerente vista da lontano) e un toolkit di strumenti differenziati e spesso incommensurabili.
- Torna alle domande di Ortner e Turner: il problema della sameness si supera intendendo la pratica non come sostanza stabile ma come forma di conoscenza pratica, aprendo la questione della socio-genesi.
- Distingue due spiegazioni della socio-genesi: su base routinaria (Schatzki, Reckwitz, Shove, ontologia piatta e ANT) e su base rituale (Swidler, Couldry, Spaargaren, Durkheim riletto via Bourdieu e Garfinkel).
- Il problema della persistenza viene affrontato dalle versioni radicali con spiegazioni endogene (ri-connessioni tra pratiche) e dalle versioni rituali con la nozione duale di Träger (im-portatori e sup-portatori): la cultura vista dalla pratica non si riduce ai portatori, ai testi, né all'aggiustamento dell'interazione.
2. Dai processi alle pratiche: un passo oltre la decostruzione
- Riconosce le critiche alla nozione di pratica: il rischio di reificazione (una categoria analitica scambiata per sostanza empirica) e l'opacità del vocabolario più "rivoluzionario" (Schatzki, Shove), poco operazionalizzabile.
- Suggerisce di privilegiare le parti più "riformiste" del mosaico (Swidler, Couldry, Warde, Schmidt, Spaargaren), meglio attrezzate per la ricerca empirica; con Durkheim si studia il "viaggiare in treno" come una pratica sociale.
- Indica la discontinuità fondamentale: lasciare sullo sfondo la dimensione processuale e de-costruttiva per dare centralità alla dimensione prasseologica e alle procedure di ri-costruzione.
- Colloca la prasseologia in posizione mediana tra teoria critica (Bourdieu, Rosa) e prospettiva post-critica (Felski, Latour): non costruisce una teoria generale della società né si ferma alla superficie visibile.
- Riformula il programma: teorie generali delle singole pratiche, con logica ricostruttiva duale attenta sia ai criteri trans-situazionali non osservabili (Bourdieu) sia ai dettagli situati e visibili (Garfinkel).
3. Prasseografia: spiegare le regole del gioco
- Lo spostamento verso la pratica mira a superare l'"idioma rappresentazionale" (Pickering) e la pretesa di rappresentare in forme codificate il dispiegarsi performativo del sociale.
- Espone il paradosso costitutivo: non appena si spiega una pratica si è già fuori dalla sua logica; il bivio è tra il silenzio wittgensteiniano e strategie empiriche che abitino il paradosso.
- Definisce la prasseografia (Schmidt, Volbers, 2011; Nicolini, 2017): traduzioni della logica pratica in generalizzazione statistica, visualizzazione grafica e narrazione metaforica.
- L'euristica del gioco fornisce una modalità comparativa: ridescrivere la logica di una pratica tramite quella di un'altra (metafore dello zoom, del montaggio incrociato tra campo lungo e camera a spalla).
- Distingue etno-grafia (ri-descrizione della cultura dei soggetti) da prasseo-grafia (ri-descrizione dell'ordine culturale delle pratiche), in parallelo con la distinzione tra sociologia della pratica e prasseologia.
4. Ancora su ballerini e militari
- Torna alle due domande iniziali: la danza svanisce quando il ballerino si ferma (Latour) o resta una disposizione a fare, come il coraggio del militare in tempo di pace (Bourdieu)?
- Mostra che sono due sponde di una stessa domanda, di norma tenute separate nella teoria socio-culturale, con l'effetto di una "cacofonia" sul concetto di cultura (Simko, Olick, 2021).
- La categoria di "pratica sociale", sviluppata entro certi limiti, armonizza queste voci riunendo le domande di Latour e Bourdieu in un medesimo quadro.
- Arte marziale e danza sono due modi di guardare a uno stesso gioco, che è sempre un gioco di forze: l'una è forza coreografata, l'altra coreografia animata da una forza.
- Conclude che la forza che la sociologia ha chiamato cultura diventa descrivibile solo guardando alle attività (danzare, combattere, viaggiare in treno, degustare un vino) sotto forma di pratiche sociali.
Punti chiave
- La svolta prasseologica non produce una teoria generale della pratica, ma teorie generali delle singole pratiche: ogni gioco è diverso e va spiegato per ciò che è.
- Il dilemma del mosaico si risolve in chiave duplice: una figura coerente vista da lontano e un toolkit di strumenti analitici eterogenei e spesso incommensurabili.
- Il problema della sameness si supera intendendo la pratica non come sostanza stabile (nella mente del soggetto) ma come forma di conoscenza pratica, aprendo la questione sociologica della socio-genesi.
- La socio-genesi della comprensione pratica ha due varianti: routinaria (Schatzki, Reckwitz, Shove, ontologia piatta e ANT) e rituale (Swidler, Couldry, Spaargaren, Durkheim via Bourdieu e Garfinkel).
- Il problema della persistenza si affronta con spiegazioni endogene (ri-connessioni tra pratiche) oppure con la nozione duale di Träger, im-portatore di un ordine istituzionale e sup-portatore di un ordine costitutivo.
- La cultura vista dalla pratica non è riducibile ai suoi portatori e ai loro meccanismi cognitivi, né alle esteriorizzazioni testuali, né all'aggiustamento dell'interazione.
- Le parti più "riformiste" del mosaico (Swidler, Couldry, Warde, Schmidt, Spaargaren) sono meglio attrezzate per la ricerca empirica rispetto a quelle più "rivoluzionarie" e opache (Schatzki, Shove).
- La discontinuità chiave della prasseologia è il passaggio dai processi alle pratiche: dalla de-costruzione tipica della sociologia processuale alla ri-costruzione dell'ordine delle pratiche.
- La prasseologia occupa una posizione mediana tra teoria critica (Bourdieu, Rosa) e prospettiva post-critica della superficie (Felski, Latour).
- La prasseografia affronta il paradosso per cui spiegare una pratica significa già uscire dalla sua logica, traducendola in forme diverse (statistica, grafica, narrazione metaforica) tramite una modalità comparativa.
- La differenza tra etno-grafia e prasseo-grafia: la prima ri-descrive la cultura dei soggetti, la seconda l'ordine culturale delle pratiche.
- La categoria di "pratica sociale" armonizza le domande di Latour (la danza che svanisce) e Bourdieu (il coraggio del militare): la cultura è una forza descrivibile solo guardando alle attività come pratiche, ovvero come gioco di forze.
Glossario del capitolo
Esito proprio della svolta prasseologica: non una teoria di tutte le pratiche (ogni gioco è diverso), ma la possibilità di costruire una teoria per ciascun gioco, ridescrivendolo per comparazione con un altro gioco già noto.
Problema sociologico della genesi sociale del sapere pratico condiviso che rende "sociale" una pratica; si spiega in chiave routinaria (un unico plenum di pratiche) o rituale (ordine costitutivo e ordine istituzionale entro un'euristica del gioco).
Quesito di Turner sulle cause della stabilità e della trasformazione di una pratica nel tempo: se siano interne (endogene) all'organizzazione della pratica o esterne (la mente dei soggetti, le logiche istituzionali e strutturali).
Nozione dalla doppia valenza che sostiene l'approccio duale: il portatore opera come im-portatore di un ordine istituzionale (un senso del gioco già costituito) e, insieme, come sup-portatore di un ordine costitutivo generato prospetticamente dalle singole giocate.
Strategia analitica che legge le pratiche come "giochi giocati in campi da gioco" e mantiene un approccio duale tra ordine costitutivo (le singole giocate) e ordine istituzionale (il senso del gioco), ciascuno quadro di controllo dell'altro.
Spostamento epistemologico che lascia sullo sfondo la dimensione processuale di costruzione dei significati (e la sua intenzione de-costruttiva) per dare centralità alle procedure di ri-costruzione e tessitura di un insieme di pratiche.
Modalità analitica attenta sia ai criteri trans-situazionali e non osservabili che ordinano gli elementi visibili (Bourdieu) sia ai dettagli situati e visibili che danno forma alle catene di azioni nel loro dispiegarsi (Garfinkel).
Espressione di Pickering (1995): l'epistemologia, tipica della tradizione occidentale, che pretende di rappresentare in forme codificate (narrative, matematiche, simulative) il dispiegarsi performativo del sociale; la prasseologia mira a superarla restituendo la logica della pratica.
Aporia per cui, nel momento in cui ci si appresta a spiegare una pratica, si è già fuori dalla sua logica; impone il bivio tra il silenzio wittgensteiniano e strategie empiriche (osservative e testuali) capaci di abitare e mantenere vivo il paradosso.
Approccio metodologico (Schmidt, Volbers, 2011; Nicolini, 2017) che osserva e ri-descrive l'ordine culturale delle pratiche, traducendo la logica pratica in overview di varie forme (generalizzazione statistica, visualizzazione grafica, narrazione metaforica), in modalità comparativa tra giochi.
Distinzione parallela a quella tra sociologia della pratica e prasseologia: l'etno-grafia osserva e ri-descrive la cultura dei soggetti (o gruppi di soggetti); la prasseo-grafia osserva e ri-descrive l'ordine culturale della pratica (o gruppi di pratiche).
Immagine conclusiva del volume: danza e combattimento (le domande di Latour e Bourdieu) sono due modi di guardare a uno stesso gioco; la "forza" che la sociologia ha chiamato cultura diventa descrivibile guardando alle attività sotto forma di pratiche sociali.
Flashcard
12 domande su questo capitolo. Tocca la carta per girarla.
Verso quale tipo di teoria conduce, secondo le conclusioni, il prasseologizzare il sociale?
Non verso una teoria generale della pratica, ma verso teorie generali delle singole pratiche: ogni gioco è diverso, ma per ogni gioco si può costruire una teoria.
Scorciatoie: spazio = gira · ← / → = naviga
Collegamenti nel volume
- Chiude il volume riprendendo le immagini-cornice dell'introduzione: il viaggio in treno della ragazza e le due domande su ballerini (Latour) e militari (Bourdieu), mostrate ora come due sponde di una stessa domanda sulla cultura.
- Riannoda i fili delle tre questioni di Ortner e dei problemi di sameness e persistenza posti nel capitolo 1, fornendone la sintesi conclusiva attraverso la nozione di forma di conoscenza pratica e di socio-genesi.
- Riprende la distinzione, costruita lungo il libro, tra spiegazione routinaria (Schatzki, Shove, ANT) e rituale (Durkheim riletto via Bourdieu e Garfinkel, capitoli 2-4), riproponendo l'euristica del gioco e l'approccio duale come chiave di lettura.
- Eredita dal capitolo 5 (il mosaico/carrozzone e la distinzione tra ali "rivoluzionarie" e "riformiste") la valutazione critica delle potenzialità empiriche dell'approccio e l'indicazione di privilegiare le proposte meglio operazionalizzabili.
- Formalizza la proposta metodologica del volume nella nozione di prasseografia, prolungando la distinzione tra sociologia della pratica e prasseologia e l'invito durkheimiano a spiegare i fatti sociali con altri fatti sociali (qui: la logica di una pratica con quella di un'altra).
- Rilancia un'agenda di ricerca empirica per teorie generali delle singole pratiche (viaggiare in treno, degustare un vino, danzare, combattere), indicando il passaggio dalla decostruzione processuale alla ricostruzione prasseologica come direzione futura.